«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Tempo di fichi


...all'alba, cogghi ficu 'ntra li rami… la sira, canta canzuni d'amuri”.


Palazzolo. Una storia ultra millenaria quella del fico, iniziata molto tempo prima che l'uomo facesse la sua comparsa sulla terra e, appena la fece, le foglie di fico intrecciate furono i primi vestiti che indossarono Adamo ed Eva, subito dopo la Disubbidienza.

La Bibbia cita spesso l'albero di fico come simbolo di pace e di prosperità; nella piramide egiziana di Gizah fu ritrovato un disegno raffigurante la raccolta di fichi; Omero, nell'Odissea, fa vari riferimenti a quest'albero e la leggenda sulle origini di Roma narra che Romolo e Remo furono nutriti dalla lupa sotto un fico.
Gli Ateniesi consideravano questo frutto un regalo degli dei e lo avevano consacrato a Mercurio. Ad Atene come a Siracusa (presso la Necropoli del Fusco, l'archeologo Paolo Orsi nel 1893 rinvenne alcuni fichi di terracotta risalenti al IV-II sec. a.C. "imitanti il vero in modo sorprendente"), esisteva un quartiere chiamato ficaia, dove crescevano i sacri fichi cari a Demetra, che, dopo averli offerti al re Fitalo, li aveva fatti conoscere meglio alla "schiatta dei mortali".

 Tempo di fichi
Il fico è pianta largamente coltivata in Italia, soprattutto nel meridione per il clima assai mite. E' il compagno costante delle case di campagna, dove divide lo spazio antistante la rustica dimora con l'immancabile pergolato; ma anche negli orti di paese e nei suburbi delle città è facile trovare qualche grosso fico che, prodigo di frutti, spesse volte viene preso di mira dai ragazzini.
Nel passato, chi non aveva la fortuna di possedere nemmeno un palmo di terra con un fico se ne affittava una pianta e, per un mese e oltre, in famiglia c'era di che mangiare. Salvatore Salomome Marino, in una canzone popolare da lui raccolta nel secolo scorso, ci riporta alla gaia ma frenetica atmosfera che si viveva nella stagione dei fichi: “...all'alba, cogghi ficu 'ntra li rami; / cchiù tardu, ciacca e li stenni a lu suli; / poi, fa cunocchi, annimmuli e panari; / la sira, canta canzuni d'amuri." E ancora: "Sotto il fico è un bel dormire!... Alle lattanti cresce a dismisura il latte; le sterili, diventano grosse...; le istecchite rimpolpano; tutti si acquista vigoria, freschezza di carne, colore" (S.S. Marino, 1897). E l’avvertimento di un antico proverbio: "A tempu ri ficu, nun c'è nè parenti nè amicu", ci fa ben capire l'importanza che aveva questo frutto come alimento, specie per chi aveva poco da mettere sotto i denti.

 I fichi nostrani
Alcune varietà di fichi (unifere) hanno una sola fruttificazione e maturano nei mesi di agosto, settembre, ottobre e anche oltre, a seconda delle zone. I ficu ri prima manu, invece, iniziano a maturare a metà giugno. Questi primaticci, in realtà, sono i "fioroni" presenti sui rami  delle varietà bifere, cioè a doppia fruttificazione, formatisi in autunno; successivamente maturano i "fichi veri" formatisi nell'annata. Nelle zone a clima autunnale molto mite, alcune specie (trifere) possono fruttificare anche tre volte in  un anno.
Le antiche varietà coltivate nelle nostre zone sono numerose e perlopiù vengono conosciute localmente con nomi diversi da un posto all'altro. Le qualità più diffuse sono: la S. Pietro (baffa, sangiuvannara) o ficu ri prima manu  appunto (la migliore); la Dottato (ficu janca o palirmitana), bifera, è la qualità più diffusa dalle nostre parti; la ficu niura o milinciana, (bifera), di forma allungata; la ficu mela, dolcissima; la ficu 'nzurtuna, matura ad ottobre; la Verdino (ficu natalina o natalisi), molto tardiva, dalla polpa vinosa e zuccherina.
Il fico si raccoglie quando è ben maturo, quando cioè si stacca senza difficoltà dalla pianta e dal peduncolo non fuoriesce il lattice; l'innesto si pratica nel medesimo periodo di raccolta, come recita un comunissimo proverbio: “Mancia ficu e 'nzita ficu”; se quando si coglie è ancora scattiolu,  per farlo maturare si tiene fra le mani e si ripete: "Ficuzza ro Signuri Ddiu,/ si nun si -ffatta / ti fazzu fari ìu".
Per ottenere la fecondazione dei fichi di "seconda mano" (in realtà si tratta delle varietà provviste delle sole infiorescenze femminili), i vecchi contadini, ancora custodi delle tradizioni, eseguono la caprificazione appendendo negli alberi di tali varietà dei rami con i profichi o fioroni (non eduli) del fico selvatico nel mese di giugno. 

 I fichi secchi
Quando la produzione dei fichi era più abbondante, non potendosi consumare tutti freschi, si mettevano a seccare al sole e si mangiavano secchi. Spessissimo erano cibo per i grandi ma anche per i piccoli, e quattro ciappi ri ficu sicchi non si rifiutavano mai, anzi. Questo modo di consumarli secchi ci rimanda indietro di millenni. Ancora nella Bibbia sta scritto: "Portarono grandi quantità di viveri: farina, schiacciate di fichi secchi, uva passa, vino..." (Cronache 12,41). Nell'alimentazione dei romani, e di molti altri popoli dell'area mediterranea, i fichi secchi venivano inseriti obbligatoriamente nella dieta degli atleti.
I fichi si possono mettere ad essiccare o spaccati in due a ciappi o interi a passuluna. La qualità che si presta meglio a questo scopo è quella bianca. Tolto il peduncolo si fanno imbiancare sbollentandole per qualche minuto e quindi si mettono ad asciugare nei canestri (una volta si sistemavano nei grandi vagli del frumento). Quando sono asciutti si formano come delle coroncine tenute assieme da un filo di spago o di cotone; quelli spaccati prima si fanno combaciare a due a due si maritunu, e poi si formano dei filareddi formati da dieci, dodici coppie. Per evitare a calamicedda (càmola), si scaurunu con acqua tiepida infusa di nepitella e si rimettono ad asciugare al sole. Infine, per non ammuffire, si conservano in sacchetti di tela bianca.

Rimedi tradizionali
Al fico era soprattutto attribuita, dagli antichi, una speciale virtù purificatrice, catartica; la medicina popolare e contadina oltre al frutto utilizza il lattice e le foglie. I frutti maturi sono considerati diuretici, lassativi, sudorifici, espettoranti. Cotti in acqua o latte e applicati topicamente, affrettano la risoluzione di foruncoli e ascessi. Anche una decozione di fichi secchi può tornare utile contro il catarro e la tosse e un infuso di foglie è efficace come emmenagogo (favorisce le mestruazioni); noci e fichi secchi si applicano sulle ferite di "ferro avvelenato".
Per togliere i porri bisogna toccarli con le foglie grondanti di lattice, una per porro, e poi seppellirle ad una ad una; per lenire le emorroidi si strofinano le foglie di fico proprio... in quel posto. Il lattice di scattiola e quello che geme dalla pianta, in passato, veniva usato per cagliare il latte; ancora oggi c'è qualcuno che lo usa contro i morsi di rettili e le punture di insetti velenosi, mentre i giovani germogli erano usati contro i morsi dei cani. Perfino gli orecchioni scomparivano grazie ad un complesso rituale: con un morso, il malato doveva asportare un nodo da un albero di fico senza essere visto e poi appenderselo al collo con un filo dopo averlo avvolto in un pezzo di pelle conciata. 

Il Corriere degli Iblei, settembre 2005



1 commento:

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