«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Turiddu re telegrammi (Salvatore Magro)

Faceva il fattorino telegrafico e portava a domicilio telegrammi e raccomandate, prima servendosi di una bicicletta, poi di un Ciao rosso e dopo, infine, a piedi, e sempre con la borsetta a tracolla sul davanti, anche quando era fuori servizio, sempre nello stesso atteggiamento, come se continuasse a distribuire le urgenze postali. Questa sua posa aveva finito con l’ingobbirgli un po’ le spalle, listate da mattina a sera dalla cinghia della borsetta. Era gentilissimo con chiunque, garbato, salutava sempre per primo: “i miei ossequi”, era la sua frase ricorrente; parlava un italiano a modo suo ma accettabile e comprensibile da chiunque. Era rispettoso e voluto bene da tutti.

Aveva la faccia rotonda, leggermente scavata alle guance, con i pomelli rossi di primo mattino e che nell’arco della giornata gli diventavano sempre più rossi. Portava insellati, sul naso rosso dalle larghe narici, degli occhiali da vista, da miope, con le aste di osso, dietro i quali guizzavano degli occhi piccoli e scuri. Si fregiava di un paio di baffetti spinosi, appena brizzolati; un po’ stempiato, con i capelli anch’essi ingrigiti, fini e ondulati. Di bassa statura, appena tarchiato, con una leggera pancetta  nascosta dal solito doppiopetto, camminava sbilanciato in avanti e sempre velocemente, con i suoi piccoli piedi rientranti, a passettini stretti stretti e veloci veloci, un po’ curvo e a testa bassa; sembrava che non alzasse i piedi da terra, anche perché a riappoggiarli al suolo eran dolori, per via dei tanti calli che si erano stabilizzati nelle sue estremità, assai preziose, fra l’altro, per il tipo di lavoro che era obbligato a svolgere. I suoi piccoli piedi, tuttavia, erano afflitti pure da una patologia ancora più grave dovuta ad una arterite di natura diabetica. Il diabete gli consumava anche gli occhi e il vino e il fumo lo consumavano tutto, giorno dopo giorno. Quando il suo medico gli raccomandava di non fumare e soprattutto di bere solo acqua, lui aveva sempre pronta la classica risposta: “Dutturi, l’acqua va nte spaddi!”. Di prima mattina, tuttavia, beveva un bel bicchiere di latte; ma era una goccia nel mare.
Fumava molto: prima “Trestelle”, (tri, tri, tri, chiedeva a don Mmastianu Capitanu, tabaccaio, con 33 lire nelle mani: Tre Trestelle uguali a 33 lire), poi Diana col filtro ed era prodigo, non solo di sigarette. Il caffè lo prendeva stretto, strettissimo: ‘na stizza!
Al momento del recapito, nell’attesa della firma per ricevuta, Turiddu usciva il fazzoletto e si asciugava il sudore della larga fronte, anche quando essa era asciutta come un osso: questa sua posizione in stand bay era un rituale immancabile nell’attesa della mancia che mai chiedeva ma che mai disdegnava e il cui destino era inesorabilmente segnato: una ricca lampa di vino. I telegrammi di auguri e di congratulazioni agli sposini di giornata, se li coccolava in modo particolare e con perfetto tempismo li consegnava nel bel mezzo del trattenimento. Dopo qualche cerimoniosa schermaglia iniziale, i bicchierini di rosolio incominciavano ad andare e a venire come se niente fosse. Si dispiaceva sinceramente, come cosa sua, quando doveva consegnare telegrammi con notizie poco liete. Nel lavoro era irreprensibile, puntuale, (cogghi, cogghi, cogghi, cogghi…: era questo il suo grido di battaglia che gli dava la carica e lo esaltava), affidabile, sapeva mantenere il segreto che gli imponeva l’ufficio. Era capace di consegnare tutto ciò che aveva lo stimma dell’urgenza anche con il diluvio universale, era altruista, pronto ad andare al di là del suo dovere.
Era amico di tutti, ma il suo amico più caro era “Bacco”. Gli voleva bene più di un fratello, molto di più, molto di più, e tutti giorni, gli rendeva doveroso omaggio, magnificandolo nei vari “santuari” esistenti in paese: Marcello, Mazza, Sattirana, Zazà, eccetera. Si metteva il dorso della mano sinistra sotto il mento a mo’ di bavaglino, socchiudeva gli occhi, dilatava ancora di più le già larghe narici e, dopo il solito “san Brasi, u primu ca trasi” liturgico, senza prendere fiato, in un solo colpo, si tummava un’intera lampa di vino, quella canonica, da un quarto. E se qualcuno, scherzosamente, gli domandava: “Turiddu, Turiddu, quantu ti ni vivi?”. “N quartu n quartu, n quartu…n quartu ri utti” rispondeva altrettanto scherzosamente. E ancora: “Turiddu, si può bere il vino sulle castagne?” “Il vino si può bere macari supra u scrusciu ri carrettu” ribatteva pronto. E sempre in gloria a Bacco gli piaceva tanto la carne di capra, uno degli animali sacri a questo dio, arrostita e sempre abbondantemente innaffiata con “sangue di Cristo”.
La taverna era la sua seconda casa, il vino il suo viatico. Gli piaceva stare con gli amici, mangiare, bicchiriddiari, condividere il suo vivere in allegria, divertirsi e dopo aver mangiato bene e bevuto meglio, quando il vino diventava tenero e fluido, si attaccava: “Cosa facevano i nostri avi? bevevano, bevevano!. Cosa facevano i nostri nonni:? bevevano bevevano! Cosa facevano i nostri padri? bevevano, bevevano! e noi che figli siamo beviamo beviamo! e noi che figli siamo beviamo beviamo…!”. E Turiddu rideva nella bazza, applaudiva anche con la testa, ammiccava, infilava il naso nel bicchiere e mandava i baffi in immersione: “Cogghi, cogghi,  cogghi,  cogghi…”.
Il 31 marzo, giorno del suo compleanno, era festa grande. Tutti i suoi amici e compagni di crapula si davano appuntamento da Marcello, il suo oste di fiducia, e lì dopo il rituale e riverente “A nnomu ri di Ddiu” oppure “Prima Ddiu e poi ìu”, si dava di piglio ad un gozzovigliamento generale fatto di bollito, patate, polpette, uova sode e vino tosto. Chi ne voleva ne prendeva. Turiddu pagava e, Bacco, annuiva compiaciuto.
Oltre che di Bacco e della crapula era devoto anche di Venere (“si lavora e si fatica” - soleva dire - per la panza e …”)  e molto spesso andava in visita, come tutti i giovani del suo tempo, presso il casino, non quello di conversazione, ma di Villarosa: “Da lì sono nato, e sopra ci voglio morire”, diceva sibillinamente quando aveva un improvviso rimescolamento di sangue. Poi, più tardi, scoprì che gli piaceva andare al cinema, non aveva preferenze particolari, qualsiasi genere di film andava bene. La domenica quando il locale era affollato e di solito molti spettatori rimanevano all’impiedi, Turiddu, strizzava gli occhi, alluzzava, concupiscente, la sua vittima sacrificale e, lesto e felpato come un gatto in cucina, le si piazzava dietro… con una certa nonchalance, ma fermo come una roccia.
Le piaceva sentire il profumo, il profumo di donna, l’odore dei capelli che gli solleticavano la punta del naso, il tepore del gluteo. Si ringalluzziva. Gli si infocavano gli orecchi, i pumidda, si invermigliava tutto, gli si imbambolavano gli occhi dal vino di prima, dal sonno, per il rimescolamento ormonale. Ma lui, imperterrito, insaccato nelle spalle, con gli occhi a pampinedda dietro gli occhiali, fermo e duro come una roccia.
Il diabete e il vino continuarono a consumarlo giorno per giorno. Si mise in pensione concludendo il suo servizio dignitosamente come lo aveva sempre svolto. Poi cadde ammalato; alla fine il fegato l’aveva sfatto. Negli ultimi tempi oltre che dalla sorella, fu accudito da una donna pietosa e forte che non lo lasciò più, anche dopo che le ombre funebri avevano già iniziato a lambirlo.

Nessun commento: