«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

ERAN VENTUNO: Cicciu Iattaredda alias Ieca (Francesco Paolo Messina)

Quando per una presunta questione di corna sbudellarono in piazza del Popolo Turi Bacchiri, su consiglio del medico fu necessario ricoverarlo d’urgenza al vecchio ospedale civile di Siracusa.
Con la pancia tutta aperta tracimante sangue e vino, fu caricato in tutta fretta sulla Fiat 1400 diesel della ditta Infantino (don Paulieddu ra OM) & Infantino (Cicciu a tiempu a tiempu) e subito, a tutta velocità, a Siracusa. Da fonti niente affatto attendibili e in vena di imbastire sornionamente leggende metropolitane, si racconta che sull’auto salì pure, impiccione com’era, don Ciccinu Ieca, in qualità, diciamo, di infermiere. Lui era sempre presente, in tutte le occasioni, belle o brutte che fossero. La stessa fonte riferisce che, davanti all’ospedale, appena gli infermieri videro che usciva barellando dalla macchina, prima lo sorressero, poi lo presero di peso (si fa per dire), lo scaraventarono nella portantina e lo accompagnarono di corsa in sala rianimazione per intubarlo e trasfusionarlo. Turi Bacchiri, l’accoltellato, rimasto in macchina e sempre con le budella di fuori, intanto urlava come un ossesso protestando che il paziente da ricoverare era lui e non don Ciccinu.
Don Ciccinu pareva non avesse sangue nelle vene, tanto era pallido, giallo, smunto. Magrissimo, senza muscoli, con una testolina inteschiata su un collo esilissimo. Aveva una faccia spiritata con una bocca piccola e crudele e un sorriso che voleva essere un sorriso ma era una specie di ghigno. Quando apriva la bocca con la sua vocina di zanzara filava agli angoli esili grumetti di biascia. Portava un paio di occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto di un fuanu: era terribilmente miope e dietro le lenti fortissime non faceva altro che strizzare le palpebre per vederci meglio mentre gli occhi gli si strabuzzavano sempre di più. Qualcuno gli aveva affibbiato il nomignolo di Iattaredda, oltre a quello del casato (Ieca), perché sembrava proprio una gattina pelle e ossa, e lui, quando aveva la luna giusta, ci sguazzava anche in questa sua gracilità fisica. Quando camminava dava l’impressione che a tenerlo all’impiedi e ben assemblato fosse il vestito che aveva indosso più che u tilaru. Fin dal primo autunno indossava un impermeabile color ghiaccio che teneva strettamente allacciato alla vita e che smetteva a primavera inoltrata (la solita malalingua insinuava il sospetto che dentro le tasche di questo indumento tenesse dei piccoli mazzacani per evitare fenomeni di “levitazione”, in caso di folate di vento).
Da ragazzo aveva fatto l’apprendista calzolaio (il padre era un grande lavoratore, un mastro d’ascia rinomato); poi si mise in proprio, sotto casa sua, in via G. Italia, in un buco di un metro e mezzo per due; tanto era ristretto questo “atelier” che quando capitava di tanto in tanto qualche cliente, costui non entrava dentro ma si fermava davanti la porta a vetri, sulla soglia, per mancanza di spazio. Poi preferì lavorare con le carte e stare con le mani pulite: in primis con le carte da gioco e poi a tempo perso con le pratiche che la gente gli affidava per sbrogliarle: contributi non versati, infortuni, pensioni di invalidità e vecchiaia, consulenza del lavoro; era anche il referente locale del patronato della Uil, lui socialdemocratico saragattiano e sostenitore sfegatato di Lupis e di Scalorino.
Prima però era stato monarchico e sostenitore del principe Alliata, diventato poi senatore. Quando durante la campagna elettorale il principe venne a Palazzolo per presentarsi e fare un comizio presso la sede del partito, don Ciccinu per una battuta pesante di uno dei presenti, nei suoi riguardi, scatenò il finimondo. Avvenne che, proprio quando il candidato comiziava e sviscerava tutti i dettagli del suo nutritissimo programma politico,  bla… bla… bla… bla…,  il Nostro, con la sua vocina sottile, chiacchierava imperterrito con questo e con quello. Ad un certo punto l’oratore, infastidito, sbottò: “Ma insomma, chi è che disturba?”. “E’ lui, Cicciu Iattaredda, lo scheletro della monarchia” rispose strafottente uno dell’uditorio e segnò a dito il disturbatore. Apriti cielo. Successe un parapiglia. Don Ciccinu si incazzò in malo modo. Schiumava di rabbia, dovettero trattenerlo (per sua fortuna) per evitare che facesse sfracelli.
Era anche megalomane quando minacciava. Una volta in un altro alterco (ma ne aveva sempre, a ogni piè sospinto) al rivale, un omone grosso e robusto, gli mostrò il suo pugno spolpato e glielo avvicinò alla carotide destra: “U viri ‘stu pugno?” - gli disse - “Ti trasi ri ccà e ti niesci ri ddà!. Era fatto così, rispettava gli altri ma prima voleva essere rispettato lui, altrimenti diventava vendicativo in modo esagerato. Un’altra volta minacciò addirittura di fare saltare in aria il locale in cui aveva avuto un diverbio alle carte con un socio.
Era veramente assai liccu del gioco delle carte: ramino, scala quaranta, baccarat, chemin. Stava intere giornate a giocare presso il “Circolo degli universitari” o al bar del Bossu, in piazza. Seduto, con la immancabile sigaretta in bocca, accompagnata da colpi di tosse che gli facevano uscire gli occhi dalle orbite, spiegava le carte e ventaglio nella mano sinistra esangue e con l’altra, altrettanto esangue, ad una ad una incominciava a sfagliarle. Era fortunato ma aveva anche abilità e furbizia. Con le sue gambette magre magre e striminzite quando si sedeva poteva permettersi il lusso di assumere una postura da contorsionista da circo equestre: si attorcigliava le gambe su se stesse, due tre giri… In quella posizione, con le calze slabbrate e ricadenti che lasciavano scoperte le caviglie spelacchiate, grosse quanto quelle delle sedie, stava ore ed ore intento al gioco. Se poi c’era qualche pollo da spennare, e lui micragnoso com’era aveva fiuto in certe occasioni, restava imbalsamato, con le ossa del culo incollate alla sedia, per intere mezze giornate.
Era sicuramente dotato di una certa intelligenza, però il più delle volte la utilizzava in modo diabolico, perverso, tanto che qualcuno gli appioppò l’epiteto di “genio del male”. C’era della ruggine con il cassiere del Banco di Sicilia. Nel momento in cui capitò che don Ciccinu doveva incassare una certa somma, pretese, ben sapendo che il cassiere non poteva rifiutarsi, di essere pagato in assegni da 100 lire. Per quella mattina la Banca (c’era solo quella a quei tempi a Palazzolo) lavorò solo con lui e il povero cassiere dopo aver firmato cento, duecento assegni da 100 lire, rimase per tutto il giorno con la mano destra anchilosata. C’era della ruggine con i carabinieri. Era tempo di elezioni. E Lui come esponente locale del P.S.D.I., per creare problemi al maresciallo sapendo che era a corto di personale, per l’ultimo giorno di propaganda elettorale chiese l’autorizzazione di potere comiziare in piazza Umberto all’ora di punta, in contemporanea quindi con uno dei tanti dei comizi che si tenevano nella centrale piazza del Popolo. All’ora  stabilita erano presenti solo cinque persone, compreso l’oratore e i due militari di servizio, ma don Ciccinu imperterrito e tutto soddisfatto tenne duro fino all’ultimo!

C’era della ruggine con…

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