«Tre cose sottili sono il maggior sostegno del mondo: il sottil rivolo di latte dalla mammella della mucca dentro il secchio; la foglia sottile del frumento ancora verde sulla terra; il filo sottile sulla mano di una donna industriosa. Tre rumori di prosperità: il muggito di una mucca gonfia di latte; il tintinnio del ferro di una fucina; il fruscio di un aratro.» (The Trials of Ireland, secolo IX)

Passatempi di bancarelle: luppina e luppinari

…sul ponte di Primosole… in canottiera, con un cappello di paglia a larghe falde si sbracciava e gesticolava come un ossesso con in mano grappoli di sacchetti di plastica pieni di luppina….


PALAZZOLO ACREIDE. Lupino deriva dal latino "lupus ". In origine il termine indicava una pianta spontanea tipica di luoghi selvatici, frequentati esclusivamente da lupi.  Nel corso dei secoli, grazie alla sua capacità di sfruttare i terreni più poveri e fornire alimento a basso prezzo, il lupino fu oggetto di esperimenti e di cure da parte dell'uomo che riuscì a selezionare diverse varietà a seconda dell’uso che si intendeva farne.

Del lupino si può utilizzare la pianta, il fiore e il seme.
La pianta come erbaio da sovescio: la luppinata. Era questa un’antica pratica che si effettuava nei vigneti dove si interrava, prima che la pianta fruttificasse, per arricchire il terreno di sostanza organica e di azoto, era l’equivalente della favata. Prima del sovescio le parti aeree più tenere venivano date in pasto al bestiame come foraggio
Il fiore come elemento decorativo per i bellissimi colori degli ibridi ornamentali.  
Il seme come alimento per il bestiame (bovini, ovini) dopo macerazione in acqua e per l’uomo.   
I lupini, previa deamarizzazione, in tempi remotissimi hanno costituito buoni piatti di minestra per le popolazioni più povere, ricchi come sono di un contenuto proteico più elevato di quello degli altri legumi. C’è anche la credenza che questa pianta arrechi beneficio a chi soffre di diabete: mangiando semi di lupini tostati o crudi o bevendo l’acqua di cottura degli stessi, la sostanza amara di cui abbondano cioè l’alcaloide, sostituisce l’insulina come elemento ipoglicemizzante.
Poiché i semi delle vecchie varietà avevano un elevato contenuto di alcaloidi che conferivano un sapore terribilmente amaro, oggi la specie coltivata e più nota è il lupino bianco (lupino albus) anch’esso amaro ma in percentuale minore rispetto alle altre specie.

A LUPPINA
E oggi, più che alimento a luppina è un passatempo, uno sfizio, che assieme alla calia, ai semi di zucca, alle castagne, alle nocciole, alle arachidi, troviamo nelle sagre e nelle feste paesane dove viene venduta nelle bancarelle (si trova anche nei supermercati in buste sigillate). Si gusta sgusciandola con una leggera pressione delle dita, in modo da eliminarne la pellicola esterna. I semi prima di diventare luppina vengono sottoposti a un processo di deamarizzazione che per gli addetti è un vero e proprio rito con tempi e formule che si tramandano da una generazione all’altra.
Il 1° agosto del 1999 in compagnia del mio povero fratello e attrezzato di Nikon andai a visitare il laboratorio artigianale per la dolcificazione dei lupini in contrada Reitana, vicino Acitrezza. Dopo gli scatti, uno dei lavoranti gentilmente mi fornì notizie sulle vari fasi di lavorazione dei semi. Come prima cosa i semi vanno tenuti ammollo in acqua fredda per 24 ore. Poi finiscono in un pentolone dove cuociono immersi in acqua salata fino a quando il colore passa dal bianco al giallo acceso. Successivamente si depositano in grandi cesti metallici dentro i quali restano immersi in acqua corrente per almeno 5 giorni onde consentire il dilavamento di una parte degli alcaloidi. Per ultimo si mettono a scolare in panieri di vimini, aggiungendovi una debole salatura fino a quando stufano e iniziano a sfarinare.

Proprio da Acitrezza e con un carico di lupini salpò Padron ‘Ntoni dei Malavoglia con la sua Provvidenza: “Padron ‘Ntoni adunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Campana di legno un negozio di certi lupini da comprare a credenza per venderli a Riposto, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico…”.
L’acqua corrente per il dilavamento può essere anche quella di un fiume. Proprio del fiume si serviva il luppinaru di Sortino Vincenzo Aliotta, in questo caso era il torrente Ciccio. Costui sistemava i semi in sacchi di iuta e li affidava all’acqua del fiume per i giorni necessari. Poi a casa procedeva come già detto. Non si sa come e perché ma la sua luppina era veramente rinomata, la patina biancastra, raddu, di cui era vestita, la rendeva appetibile e dolcissima.  

I LUPPINARI
Ricordo di un giovane luppinaru solitario sul ponte di Primosole, al bivio per Lentini. In canottiera, con un cappello di paglia a larghe falde si sbracciava e gesticolava come un ossesso con in mano grappoli di sacchetti di plastica pieni di luppina.
A luppina oltre che essere venduta nelle bancarelle, fino a qualche decennio fa era venduta da umili ambulanti per le strade del paese: u luppinaruu luppinaru… C’era chi girava a piedi, c’era chi passava con l’asino fornito di capaci bisacce. E’ il caso del citato Aliotta che assieme al suo paziente asino faceva il porta a porta tutti i giorni e nel frattempo aveva modo di scambiare opinioni e notizie con avventori e avventrici (soprattutto con queste ultime). Senza saperlo, né lui né il suo asino, davano corda ad un vecchio modo di dire che suona così: “fari comu lu sceccu di lu luppinaru”, cioè, fermarsi a chiacchierare con chiunque s’incontri.
A Palazzolo sino alla metà degli anni ’40 girava ancora un luppinaru che vedeva anche petrolio: in un braccio il paniere con i lupini, nell’altra mano una latta con il petrolio l’imbuto e la misura: “a luppinedda aruuuci… pitrooooliu”.  
A sera inoltrata u luppinaru usciva per vendere la sua minuta mercanzia e restava fino a notte alta, visitando le osterie dove aveva i clienti migliori. I lupini, dal caratteristico gusto amarognolo ben si accompagnano con il vino quindi i devoti di Bacco aspettavano proprio u luppinaru per incrementare le loro bevute. Anzi, c’era chi, per timore che u luppinaru potesse non passare, usciva già di casa con i lupini in saccoccia pronto ad innaffiarli in osteria.  
Anche i ragazzi quando ancora nei bar non c’erano tartine e salatini e nemmeno l’“obbligo” dell’aperitivo, uscivano di casa con le tasche piene di luppina e camminando e mangiando lasciavano una scia di bucce per terra.

LEGGENDA DI NATALE
I lupini addolciti erano passatempo durante le serate estive e nelle rigide sere d’inverno quando la famiglia stava raccolta attorno al braciere. La sera di Natale poi erano di rito e all’occasione venivano anche barattate con fagioli o fave.  
Esiste una leggenda collegata ai lupini e relativa al Natale, anzi alla fuga in Egitto della Sacra Famiglia per eludere la caccia di Erode.

Saputo in sogno delle intenzioni di Erode, Giuseppe prima di tutto fece ferrare l’asino al rovescio, in modo che nessuno potesse conoscere dalle orme lasciate dell’animale la via che avrebbe fatto, quindi si mise in viaggio con la Famiglia. Viaggiavano di notte e sul far del giorno riposavano. In una di queste soste Giuseppe, Gesù, Maria e l’asinello trovarono rifugio in un campo di lupini che a quel tempo erano dolci come le fave. Poiché i lupini di quel campo erano secchi e avevano i baccelli maturi quando i fuggitivi li attraversarono i baccelli cominciarono ad accartocciarsi e a scoppiettare per espellere i semi. Il Patriarca, allora, temendo che tale fracasso potesse far scoprire il loro nascondiglio, rigirò l'asino e riparò sotto altre coperture vegetali. La Madonna, assai turbata, prima di lasciare l’ingrata pianta di lupino, la maledisse imponendole di diventare quella che è al giorno d'oggi: un’erba bassa e coi semi amarissimi. 

A mia Madre


IL CORRIERE DEGLI IBLEI, dicembre 2008

Nessun commento: